Sono confuso, in questo periodo di ripresa turistica e sociale post pandemia e nel bel mezzo di una guerra.

Ascolto tanto, leggo, studio e provo a capire davvero cosa sia il turismo fino alla considerazione illuminante, non ne capisco nulla.

Viviamo in una Italia con un Ministero del Turismo che ancora fatica a trovare la sua forma giuridica e un’Enit in fermento perenne, figli ripudiati da un Ministero della Cultura che viaggia su una alta visione del turismo per sublimazione del pensiero del suo vate Franceschini.

Un Ministero del Turismo che dovrebbe ragionare su un Piano Strategico (che si revisionerà presto, pare) e che viene preso in piccole porzioni utili a seguire delle linee realizzabili in tempi brevi e senza grandi strutture ministeriali a corredo.

Il minimo comune denominatore dei due ministeri che sono assi portanti delle motivazioni turistiche è la lentezza, non quello del turismo lento, esperienziale, attivo, sostenibile e via pescando dall’urna delle banalità ma quello delle azioni che (complice la costituzione che delega le Regioni alle competenze) diventa quasi impossibile calare sui territorio in una visione articolata, omogenea e contestuale.

Poi appunto ci sono le Regioni che, ognuna secondo la propria visione autoreferenziale propone strategie senza piani ma sul sentimento del politico di turno (o quando i piani ce li hanno, come la Sardegna, li ignorano bellamente).

Dalle Regioni poi arriviamo agli enti minori (Comuni, GAL e via spezzettando) che operano in una visione autoreferenziale locale convinti che il loro territorio e le attrattive siano talmente uniche da essere naturalmente conosciute in tutto il globo terraqueo.

Una autoreferenzialità frattale che porta l’ego dei soggetti all’infinito e l’incisività delle azioni vicina allo zero assoluto.

In questo marasma assoluto manca una visione condivisa, delle azioni certe da seguire, delle regole serie e applicate, una umiltà nel voler seguire una strada rinunciando a un pezzetto di evidenza oggi per avere flussi davvero importanti, redditizi e sostenibili in futuro.

Ad aggravare tutto questo c’è anche l’aspetto sociale che ha l’impatto del turismo nello stravolgere flussi, centri urbani, ambiente e carico urbanistico generale: un aspetto che viene sempre affrontato quando il ristorante è pieno e non hai cibo a sufficiente per servire gli ospiti che ti distruggono il locale.

Si è poi tragicamente aggiunto il PNRR come lo zio ricco che lancia i soldi dalla macchina e i poveracci a raccoglierli per fare qualche cosa, senza una vera e profonda strategia sociale ma tendenzialmente come un collocamento di opere pubbliche (e di metri cubi di speculazioni edilizie) con il bollino della sostenibilità e resilienza.

Una situazione così frastagliata e contorta che dichiarare di non capirne nulla non è una battuta ma uno stato reale di fatto.

Turismo lento ma veloce, dei borghi ma di massa, eno gastronomico ma anche con la cultura si mangia, marino balneare ma destagionalizzato, dei cammini ma con le scarpe alla moda.

Ma è così difficile ripartire da zero, scrivere un piano strategico agile e con azioni davvero operative, condivise e con nessuna possibilità di uscire fuori dalle strategie generali?

È così assurdo capire che il turismo non sia una visione ma una somma di visioni intersettoriali che non possono essere banalizzate da un ministro, un assessore o da una tendenza modaiola?

Evidentemente sì, è difficile, forse impossibile.

E noi stupidi che proviamo a capire forse dovremmo smettere di farlo, perché poi tanto i turisti, in Italia, ci arrivano lo stesso, nonostante noi, nonostante la politica, nonostante l’assenza o l’insufficienza di visione e azioni coordinate.

(e se io che sono abbastanza attento all’argomento non ho colto la strategia, la o le visioni, le azioni generali e/o locali è che forse abbiamo anche un probabile gigantesco problema di comunicazione).

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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